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Lui & Lei

Notte di fremiti e desideri


di Remember_Me_Passion
15.04.2026    |    194    |    0 6.0
"Jessica era una dea di carne e peccato, illuminata dalla luna come se fosse stata scolpita apposta per quella notte..."
La sera era calda, quasi appiccicosa, quando lasciai la città alle spalle e mi addentrai nel sentiero sterrato che portava al laghetto nascosto tra le colline.
Il motore della mia Jeep ruggiva basso, le luci dei fari tagliavano l’oscurità come lame, illuminando a tratti i rami contorti degli alberi che si allungavano verso il cielo stellato.
Non c’era nessuno in giro, solo il frinire delle cicale e il rumore delle ruote sulla ghiaia.
Avevo bisogno di quella solitudine, di quel posto dove l’aria sapeva di terra bagnata e di erba selvatica, dove nessuno avrebbe potuto disturbare quello che avevo in mente.
Parcheggiai vicino al vecchio olmo, il cui tronco nodoso si stagliava come una sentinella nella notte.
Spensi il motore e scesi, sentendo sotto i piedi l’erba fresca, ancora umida per la rugiada serale.
Mi sfilai la camicia, lasciandola cadere sul sedile, e rimasi a torso nudo, godendomi il contatto dell’aria tiepida sulla pelle.
Nel bagagliaio, tra una torcia e una coperta di lana, c’erano gli anellini di gomma nera, spessi e lucidi, quelli che usavo sempre.
Li presi tra le dita, sentendo la loro consistenza elastica, quasi viva, e li feci scivolare nel palmo prima di chiuderli a pugno.
Poi, con un sorriso che mi si allargava sulle labbra, tirai fuori anche l’anello più grosso, quello che avrei indossato io.
Lo allungai tra le mani, testandone la resistenza.
Era perfetto.
Non ebbi bisogno di aspettare a lungo. Il rumore di passi leggeri sull’erba mi fece voltare.
Jessica emergeva dall’ombra degli alberi, i capelli biondi e lunghi che le scendevano sulle spalle come una cascata d’oro sotto la luce della luna.
Indossava un vestito attillato, di quel tessuto sottile che si incollava alle curve come una seconda pelle, e ogni suo movimento faceva oscillare i seni enormi, pieni, che sembravano sul punto di scoppiare dalla scollatura.
Non portava reggiseno.
Lo sapevo.
Lo sapevo perché ogni volta che si muoveva, i capezzoli le disegnavano due punte rosee e gonfie attraverso la stoffa, così grandi che avrei potuto afferrarli tra le labbra senza nemmeno doverli cercare.
Si fermò a pochi passi da me, le labbra leggermente dischiuse, gli occhi che brillavano di una malizia che conoscevo fin troppo bene. «Hai portato tutto?» chiese, la voce bassa, quasi un sospiro.
Non risposi con le parole.
Aprii semplicemente la mano, lasciando che gli anellini di gomma brillassero sotto la luce argentea della luna.
Lei li guardò, poi sollevò lo sguardo verso di me, le pupille che si dilatavano.
Senza dire altro, si avvicinò, e quando fu abbastanza vicina da sentire il calore del mio corpo, allungò una mano e mi sfiorò il torace, le unghie che graffiavano appena la pelle prima di scendere verso la cintura dei jeans. «Allora…» mormorò, «non perdiamo tempo.»
Non persi tempo.
Le afferrai i polsi e la spinsi contro l’albero più vicino, il tronco ruvido che le premette contro la schiena mentre lei ansimava, le labbra aperte in un gemito soffocato.
Il vestito era già mezzo slacciato, la zip abbassata abbastanza da far fuoriuscire i seni, enormi, pesanti, che si riversarono fuori come due onde di carne viva.
Li afferrai, sentendo il loro peso nelle mie mani, la pelle calda e setosa, i capezzoli già duri come sassi, grossi come monete, rosa scuro, circondati da areole larghe e sensibili che si contraevano al mio tocco.
«Dio, li adoro» , la bocca già vicina a uno di essi.
Lei inarcò la schiena, spingendo il seno contro il mio viso, e io non resistetti: aprii le labbra e succhiai, sentendo il capezzolo gonfiarsi ancora di più, la carne che si induriva sotto la mia lingua.
Jessica gemette, le dita che mi affondavano nei capelli, tirandomi più vicino, come se volesse che le divorassi intera.
«Sì… così… più forte…»
Non avevo intenzione di essere gentile.
Mordicchiai, leccai, strizzai l’areola tra le labbra fino a quando non fu bagnata fradicia, poi mi staccai appena il tempo necessario per prendere uno degli anellini.
Lo allungai tra le dita, sentendo la gomma cedere sotto la pressione, poi lo feci scivolare sulla punta del capezzolo, stringendo fino a quando non fu ben saldo, compresso, il sangue che affluiva facendo diventare la carne ancora più scura, quasi violacea.
Jessica sussultò, un gemito strozzato che le sfuggì dalla gola.
«Cazzo… sì…»
Passai all’altro seno, ripetendo lo stesso trattamento, succhiando, mordendo, torcendo appena la carne tra le dita prima di applicare il secondo anellino.
Quando fu fatto, mi allontanai per ammirarla. I seni le tremavano per il respiro affannoso, i capezzoli intrappolati nella gomma nera, gonfi e lucidi, come due frutti proibiti pronti per essere divorati.
«Perfetti» mormorai, passando un dito intorno a uno degli anelli, sentendo il calore che emanava.
«Ora tocca a me.»
Mi sfilai i jeans, lasciandoli cadere a terra insieme ai boxer.
Il mio cazzo era già duro come l’acciaio, la punta che luccicava per l’eccitazione, le vene gonfie che pulsavano sotto la pelle.
Presi l’anello più grosso e lo feci scivolare lungo l’asta, stringendolo alla base, proprio sotto i testicoli.
La pressione era immediata, un dolore piacevole che mi faceva serrare i denti.
«Fanculo» sibilai, sentendo il sangue pompare più forte, il cazzo che diventava ancora più grosso, quasi dolorante.
Jessica non aspettò altro.
Si inginocchiò davanti a me, le mani che mi afferrarono le cosce, le unghie che si conficcavano nella carne mentre apriva la bocca e mi ingoiava fino in fondo, senza esitazione, senza preamboli.
Sentii la gola che si contraeva intorno alla punta, la lingua che mi avvolgeva l’asta mentre risaliva, bagnata, calda, implacabile.
«Merda…» gemetti, le dita che le affondavano nei capelli, guidandola su e giù, sempre più veloce, sempre più profondo.
Lei ansimava intorno al mio cazzo, la saliva che le colava dagli angoli della bocca, gocciolando sulle tue palle, mentre le sue tette oscillavano a ogni movimento, gli anellini che tintinnavano appena, un suono osceno che si mescolava ai nostri respiri affannosi.
Non resisi a lungo.
La tirai su con forza, facendola girare e spingendola contro l’albero, il vestito ormai abbassato fino alla vita, il culo nudo e sodo che si offriva alle mie mani.
Lo afferrai, sentendo la carne elastica sotto le dita, poi scesi in ginocchio dietro di lei, leccando lungo la fessura umida della sua figa.
Era già fradicia, i succhi che le colavano lungo le cosce, dolci e salati allo stesso tempo. «Porca puttana, quanto sei bagnata» ringhiai, prima di affondare la lingua dentro di lei, strofinando contro il clitoride gonfio, sentendola tremare, le gambe che minacciavano di cedere.
«Yury… per favore…» supplicò, le mani che graffiavano la corteccia dell’albero, il corpo che si dimenava contro la mia bocca.
Non le diedi tregua.
La leccai come un affamato, succhiando, mordendo, fino a quando non sentii i suoi muscoli contrarsi, il primo orgasmo che la travolgeva con un grido strozzato.
I succhi le schizzarono sulla mia faccia, caldi e appiccicosi, mentre lei si inarcava, le tette che ballonzolavano, gli anellini che oscillavano.
Non le diedi il tempo di riprendere fiato.
Mi alzai, le afferrai i fianchi e la penetrai in un solo colpo, affondando dentro di lei fino alle palle.
Era stretta, bollente, i muscoli che mi stringevano come una morsa mentre cominciavo a fotterla con colpi duri, profondi, sentendo il mio cazzo sfregare contro le pareti della sua figa, il suono umido dei nostri corpi che si scontravano riempiva l’aria.
«Così… sì, così!» urlava, spingendo il culo indietro per incontrarmi, i seni che rimbalzavano a ogni spinta, gli anellini che le facevano gemere ogni volta che sfioravano l’albero.
Non durò a lungo.
Sentii il mio orgasmo montare, violento, inarrestabile.
La tirai fuori, la feci girare e la spinsi contro il tronco, il mio cazzo che pulsava tra le sue natiche prima di affondare nel suo culo stretto, sentendola urlare, le unghie che mi graffiavano le spalle.
«Sì! Riempimi!
Riempimi di sperma!» gridava, e io obbedii, venendo in onde calde e dense, sentendo il mio seme schizzare dentro di lei, colare fuori, mescolarsi ai suoi succhi, mentre lei veniva di nuovo, il corpo scosso da spasmi, i liquidi che le fuoriescono dalla figa in rivoli caldi, schizzando sulle mie gambe, sull’erba, ovunque.
Quando fu finito, rimasi lì, ansimante, il corpo madido di sudore, il cazzo ancora semiduro dentro di lei.
Jessica si appoggiò a me, il respiro affannoso, i seni che si alzavano e abbassavano, gli anellini che luccicavano sotto la luna.
«Dio…» mormorò, voltando appena la testa per guardarmi.
«Ogni volta è meglio.»
Non risposi.
Mi limitai a baciarle la spalla, sentendo il sale del suo sudore sulle labbra, mentre il vento notturno ci avvolgeva, portando via con sé l’odore del sesso, della pelle, dei nostri corpi intrecciati.
Sopra di noi, le stelle brillavano, indifferenti, eterne.
E per un momento, fu come se anche noi lo fossimo.
l respiro di Jessica si fece più lento contro la mia schiena, il suo petto enorme che si alzava e abbassava in un ritmo ipnotico, ancora scosso dai postumi dell’orgasmo.
Le sue dita, un attimo prima affondate nella mia pelle come artigli, ora si allentarono, scivolando giù con una carezza pigra, quasi distratta.
Sentii il tintinnio metallico degli anellini di gomma che le stringevano i capezzoli, un suono sottile che si mescolava al fruscio delle foglie mosse dal vento.
Non servivano parole.
Non ancora.
Poi, con un movimento fluido che mi fece stringere i denti per l’eccitazione residua, si staccò da me. Il suo corpo scivolò via come seta bagnata, lasciandomi addosso solo il ricordo del suo calore e l’odore muschiato del sesso.
Gli anellini neri oscillarono appena, catturando la luce fioca della luna, mentre lei si voltava verso la Jeep.
Il suo vestito, ancora mezzo slacciato, penzolava dalle spalle come un drappo dimenticato, scoprendo la curva generosa dei fianchi e il solco profondo tra le natiche.
Ogni passo che faceva era una promessa, il suo culo sodo che si contraeva a ogni movimento, le cosce ancora lucide dei nostri succhi misti.
Non dissi nulla.
Non ne ebbi il tempo.
Jessica aprì il bagagliaio con un gesto deciso, la schiena che si inarcava appena per raggiungere qualcosa all’interno.
Il tessuto del vestito le scivolò giù lungo le braccia, rimanendo impigliato sui gomiti, e per un istante ebbi una vista perfetta della sua schiena nuda, delle fossette appena sopra il sedere, della pelle che brillava di sudore non ancora asciutto.
Poi la sentii ridacchiare, un suono basso e roco, mentre tirava fuori qualcosa.
Il plop del tappo che saltava via fu quasi sovrastato dal suo grido di trionfo: «Festeggiamo, tesoro.»
La bottiglia di champagne era già mezza vuota nell’aria, il liquido dorato che schizzava fuori in un arco perfetto, gocciolando sulle sue dita prima che lei la inclinasse con intenzione.
Non verso i bicchieri.
Non verso la bocca.
Verso i suoi seni.
Il primo getto colpì il capezzolo sinistro, ancora gonfio e violaceo per l’anellino che lo stringeva, e il champagne si sparse in rivoli frizzanti lungo la curva morbida, scivolando giù verso l’addome con un percorso sinuoso.
Jessica chiuse gli occhi, le labbra dischiuse in un sospiro, mentre con l’altra mano si versava il resto sul seno destro, questa volta con più lentezza, come se volesse assaporare ogni goccia prima ancora che toccasse la pelle.
Il liquido le colava tra le dita, lungo il solco tra i seni, e poi giù, verso l’ombelico, dove si raccoglieva in una pozza tremolante prima di proseguire il suo cammino verso il pube depilato.
«Vieni qui», mormorò, la voce carica di una sfida che non aveva bisogno di essere espressa a parole.
«Non lasciare che vada sprecato.»
Non era una richiesta.
Era un ordine.
E io, come sempre, ubbidii.
Mi avvicinai con passi lenti, sentendo il terreno irregolare sotto i piedi nudi, la brezza notturna che mi accarezzava il cazzo ancora semi-duro, l’anello di gomma che mi stringeva la base come un promemoria di ciò che era appena successo.
E di ciò che stava per accadere.
Quando fui abbastanza vicino da sentire il profumo dolce e alcolico del champagne mescolarsi a quello più selvatico del suo sudore, mi fermai.
Non per esitazione.
Per ammirare.
Jessica era una dea di carne e peccato, illuminata dalla luna come se fosse stata scolpita apposta per quella notte.
I suoi seni, enormi e pesanti, luccicavano sotto il liquido effervescente, le gocce che scivolavano giù in percorsi imprevedibili, alcune fermandosi nei solchi creati dagli anellini, altre proseguendo verso il basso, dove la sua figa, ancora gonfia e rossa per le attenzioni di poco prima, sembrava chiamarmi senza parole.
Sollevò una mano, le dita che si chiudevano attorno alla bottiglia con possessività, e me la porse.
«Assaggia.»
Non era il champagne che voleva farmi gustare.
Mi inginocchiai davanti a lei, le mani che si posarono automaticamente sui suoi fianchi, le dita che affondavano nella carne morbida mentre la mia bocca si avvicinava al suo seno sinistro.
Il primo contatto fu elettrico: il freddo del liquido contro le mie labbra, il calore della sua pelle sotto, il sapore agrodolce dello champagne che si mescolava al sale del suo sudore.
La lingua uscì, lenta, tracciando un percorso dalla base del seno verso l’alto, seguendo il rivolo che scendeva, fino ad arrivare al capezzolo.
Era duro come pietra sotto l’anellino, la punta scura e gonfia, quasi dolorante al tatto.
Jessica gemette quando la mia bocca si chiuse attorno a lui, succhiando con forza, sentendo il liquido scivolarmi in gola insieme al suo sapore.
Le mie mani risalirono, afferrando i suoi seni dall’alto, stringendoli insieme mentre passavo da uno all’altro, leccando, mordicchiando, bevendo ogni goccia che riuscivo a trovare.
Ogni volta che la mia lingua sfiorava un anellino, lei sussultava, le dita che si intrecciavano tra i miei capelli, tirandomi più vicino, come se volesse che divorassi ogni centimetro di lei.
«Così… così bravo», ansimò, la voce che si spezzava quando la mia bocca scese più in basso, seguendo il percorso del champagne verso il suo ventre.
Leccai l’ombelico, sentendo il suo addome contrarsi sotto la mia lingua, poi proseguii giù, verso il pube rasato, dove le ultime gocce si erano raccolte.
Quando arrivai lì, non mi fermai.
Non potevo.
Le sue cosce si aprirono appena, un invito silenzioso, e io non ebbi bisogno di altri segni.
La mia lingua scivolò tra le sue labbra gonfie, ancora umide dei nostri fluidi misti, e il sapore del champagne si mescolò a quello più intenso, più primitivo, della sua figa.
Jessica gemette, le gambe che tremavano, mentre io la leccavo con lunghezze lente e profonde, la punta della lingua che cercava il suo clitoride, già duro e pulsante sotto le mie attenzioni.
«Dio, sì… proprio lì…»
Le sue mani mi strinsero la testa, le unghie che graffiavano il cuoio capelluto mentre io continuavo a leccare, a succhiare, a bere ogni goccia di lei, ogni goccia dello champagne che ancora scendeva, ogni goccia del suo piacere che cominciava a montare di nuovo.
Sentii i suoi fianchi muoversi contro la mia bocca, sempre più insistentemente, i suoi gemiti che si facevano più alti, più disperati, fino a quando non fu troppo.
Con un grido strozzato, venne contro la mia lingua, le cosce che si serravano attorno alla mia testa mentre io continuavo a leccare, a bere ogni onda del suo orgasmo, sentendo i suoi muscoli contrarsi, il suo corpo che tremava come una foglia al vento.
Solo quando i suoi gemiti si trasformarono in respiri affannati, solo quando le sue mani si allentarono dai miei capelli, mi staccai, sollevando lo sguardo verso di lei.
Jessica mi fissava dall’alto, gli occhi semichiusi, le labbra gonfie e lucide, il petto che si alzava e abbassava in un ritmo concitato.
«Adesso tocca a te», disse, la voce roca, mentre si abbassava accanto a me, le mani che già si chiudevano attorno al mio cazzo.
E io sapevo che quella notte non sarebbe finita presto.
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